Matteo Meneghello – Sole24Ore – 9 Luglio 2026
Un’operazione «priva di logica industriale, fortemente penalizzante per Trevi, che è già un campione internazionale senza bisogno di Icop, grazie alla sua conoscenza dei mercati regionali radicata con competenze locali: la logica del campione nazionale che va sui mercati a piantare la bandiera italiana con un approccio colonialista è fuorviante». Il ceo di Trevi, Giuseppe Caselli, conferma la sua bocciatura alla Ops («non siamo mai stati contattati, nè sollecitati – ribadisce – l’ultimo contatto con Icop risale a fine 2020 e anche in quel caso fu un tentativo scomposto di acquisire Trevi)» avanzata da Icop nei giorni scorsi, con cui l’azienda friulana propone un’integrazione industriale carta contro carta mirata ad acquisire il 100% della società controllata da Cdp per delistarla, offrendo 133 azioni Icop ogni 1.000 azioni Trevi, valorizzando ogni azione a 4,163 euro. «Forse può convenire a loro, ma non ai nostri azionisti e al futuro di Trevi – prosegue Caselli -. Si tratta di due aziende sovrapponibili. Icop ha la maggior parte del mercato in Italia, dove si sta esaurendo la spinta del Pnrr, Trevi è invece un contrattista globale, un campione internazionale radicato, oltre che in Europa, in Nordamerica, Sudamerica, Africa, APAC e Medio Oriente. Non esistono sinergie di ricavi da questa unione, anzi al massimo c’è il rischio di una riduzione. E anche l’idea del cross selling nel microtunneling, dove Icop è presente e Trevi no, è campata in aria: le qualifiche sui mercati non si improvvisano».
La logica di crescita di Trevi, secondo il ceo, dovrà essere stand alone, con attenzione a piccole opportunità internazionali, nel solco del piano industriale 2026-2029. «Cerchiamo piccole nicchie o determinati ambiti geografici che ci permettano di crescere nel nostro core business, abbiamo già individuato quattro opportunità – spiega il ceo -. Escludo ad oggi qualunque tipo di aggregazione con main global contractor, a maggior ragione con realtà nazionali: non esiste un tema o necessità di creazione di un cosiddetto campione nazionale. È, come ribadito, una visione sbagliata di approccio al mercato. Il nostro focus è rafforzarci in quello che sappiamo fare meglio». Una prospettiva, quella della costruzione di un «big» italiano (la sommatoria dei ricavi tra Trevi e Icop porterebbe alla creazione di una società con dimensioni simili a quelle dei principali operatori del settore) che era stata invece salutata con entusiasmo anche da alcuni esponenti del Governo (il principale socio di Trevi è Cdp, con una quota di circa il 21%) come il sottosegretario al Mef, Federico Freni. «Fermo restando che Trevifin si esprimerà formalmente con le tempistiche modalità previste dalla legge, il Consiglio di Amministrazione all’unanimità – ribadisce Caselli – ha già rilevato che l’offerta non riflette il percorso di creazione di valore intrapreso né le prospettive future della Società, come delineate nel piano industriale 2026–2029. Non ho parlato con il sottosegretario, resto a disposizione di tutti per spiegare con i numeri, e con la nostra storia, come l’aggregazione tra queste due realtà non sia in grado di creare valore per gli azionisti dal punto di vista industriale». Cdp, che al momento «non ha alcun vincolo o patto parasociale con Polaris» (l’altro socio storico di Trevi con circa il 6.6 %) “è un’azionista capace, che non ha mai fatto mancare il sostegno alla società e che, raccolte le informazioni necessarie, formulerà le sue valutazioni».
Ribadendo che l’Ops è irricevibile per una sostanziale «illogicità» industriale, anche sul piano finanziario, l’offerta è giudicata da Caselli «sbilanciata. Guardando solo alla metrica dei ricavi, per esempio, Trevi dovrebbe pesare il 59% di un’ipotetica aggregazione, mentre secondo i termini dell’Ops ai nostri azionisti andrebbe il 22%». Discutibile, secondo il parere del ceo, anche lo scambio con una carta «scarsamente liquida, quotata su un mercato meno regolamentato come Egm. Bisognerebbe chiedersi – prosegue – per quale ragione, a fronte di un moltiplicatore di settore di 5 o 6 volte l’Ebitda, Icop quota 11x, valore più simile a quello di una società hi tech». Su questo tema, Icop ha previsto nell’Ops il translisting al mercato principale, che dovrà essere deliberato dall’assemblea dei soci, convocata per il prossimo 28 luglio. Resta il fatto che l’Offerta di Icop, lanciata a soli pochi giorni dall’aumento di capitale da 100 milioni di euro lanciato con successo da Trevi e concluso proprio ieri, non riconosce, secondo il ceo Caselli, il valore della società. «Il titolo è sicuramente sottovalutato e il percorso che abbiamo intrapreso negli ultimi anni dimostra la capacità di generare valore – spiega -. Ma il prezzo è un tema degli azionisti. L’architettura non regge a priori, sul piano industriale».
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